29/12/2011

GESU' NASCE FRA I PASTORI

Un Dio che nasce tra il bestiame minuto
24 dicembre 2011
Pensieri di Natale, tra racconto evangelico e odierna quotidianità

(Ursicin G.G. Derungs) Nella Palestina del tempo di Gesù - e anche dopo, fino al secolo trascorso - il bestiame minuto e la connessa attività pastorizia costituivano la principale fonte di guadagno. Uno studio di G. Dalman (“Arbeit und Sitte in Palästina” - Lavoro e costumi in Palestina) indica ancora per gli anni intorno al 1920 le seguenti cifre riferite alla Palestina ad ovest del Giordano: 325.512 capre e 205.967 pecore, per non citare il numero degli altri animali (bovini, asini, cammelli, cavalli, muli). I pastori si spostavano con quegli animali da un pascolo all’altro, secondo le stagioni, e stavano essi stessi all’addiaccio o in tende. Era una vita nomade. Ripari fissi si trovavano qui e là in forma di grotte. E in queste c’erano “mangiatoie” che la traduzione tedesca indica realisticamente con Futtertrog (truogolo del mangime). È in questo ambiente che Luca fa nascere Gesù, a differenza dell’evangelista Matteo, che parla di “casa” (Matteo 2,11). Luca costruisce tale ambiente della nascita di Gesù con scopi ben precisi. Descrizioni realistiche non erano infatti né possibili né volute. In generale ci si interessava - come del resto ancor oggi - del tempo e luogo della nascita di qualcuno solo dopo che quella persona aveva raggiunto una certa fama.

Un parto tra gente disprezzata
Il luogo doveva essere Betlemme, la città di David. Il tempo viene indicato da Luca con riferimento alla grande storia, all’imperatore Augusto e al censimento da questi indetto. È una cornice solenne costruita da Luca per mettere meglio in evidenza la grandezza dell’evento che viene narrato. Ma in contrasto con tale grandezza sta la modestia del racconto e del fatto raccontato: “Mentre essi si trovavano in quel luogo[a Betlemme] per Maria si compirono i giorni del parto. Ella diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. Nei dintorni si trovavano alcuni pastori che vegliavano di notte all’aperto facendo la guardia al loro gregge” (Luca 2,7-8).
Qui abbiamo dei pastori come co-protagonisti principali, non come “comparse”. Si tratta appunto di quei nomadi che non avevano casa da nessuna parte e che non erano integrati nella società. Chi viveva insieme agli animali era ritualmente impuro, cioè non corrispondente alle regole di purità stabilite dalla Legge di Mosè. Tali persone non potevano accedere al tempio, erano escluse dai rituali religiosi. I pastori erano anche privi dei diritti civili e spesso sospettati di furto. Erano malvisti. Il fatto che Dio stesso venga chiamato pastore nel Salmo 23 “Il Signore è il mio pastore” suscitava già a suo tempo un certo scandalo tra i teologi. Perché “nessuna condizione di vita al mondo è più disprezzata di quella del pastore” , dice un Midrash (commento rabbinico a un testo biblico, n.d.r.) del Salmo 23. Come si poteva mettere Dio sullo stesso piano di quanti vivevano con gli animali! Come i pastori, anche lo stesso Dio sta al di fuori del tempio. Senza fissa dimora.

Un parto in un non-luogo
Luca fa nascere Gesù tra pastori e bestiame minuto. Ciò corrisponde a tutto l’insieme dell’immagine che il vangelo dà di Gesù di Nazareth, del suo messaggio, del suo destino e di tutto ciò che egli ha voluto essere e fare nel contesto del suo tempo e della sua terra. Luca non ha fatto nascere Gesù nel tempio, né in prossimità del tempio. Non ha fatto annunziare la sua nascita da angeli ai sacerdoti al servizio del tempio, come ha invece fatto per l’annuncio della nascita di Giovanni Battista (Luca 1,8 ss.). La nascita del Figlio di Dio non ha un luogo religioso (tempio) e neppure un luogo civile (albergo). Né una religione né alcuna altra cosa umana può “contenerlo”. Questo è ciò che sembra voler dire Luca facendo nascere il Figlio di Dio tra il bestiame minuto. Si sarebbe tentati di dire oggi in termini moderni: lontano dalla cultura religiosa e borghese. La luce che circonda i pastori non viene dalla religione. Luca aggiunge che essi stavano all’addiaccio. Riguardo ai genitori di Gesù, l’evangelista sottolinea che essi non avevano trovato accoglienza in albergo; in un certo senso anch’essi stavano “a cielo aperto”.

Ripresa di un’antica tradizione
Ma questo vangelo di Natale contiene qualcosa di più, qualcosa che va oltre l’idea che nulla possa contenere Dio. Col suo racconto del Natale, Luca collega la nascita di Gesù, la sua vita e il suo destino con la più antica tradizione della religione dei nomadi, di Abramo, Isacco e Giacobbe: tutti possessori di grandi greggi di bestiame vario, di piccola e grande taglia. Il Dio di Natale è un Dio migrante, un Dio che vive all’aperto e cammina insieme al suo “gregge”, che abita nelle tende come i pastori, condividendo con loro l’esistenza precaria, i pericoli, l’ignoto, il “non sapere dove posare il capo” la notte successiva (Luca 9,58).

Apertura alla speranza
Da questa prima esperienza di Dio, alla quale Luca riallaccia l’evangelo di Natale, nasce una religiosità aperta, dinamica. Aperta nel senso dell’avvenire, della speranza e della sorpresa per ciò che non è previsto e calcolato. Quando Gesù ha applicato a sé stesso l’immagine del pastore (Giovanni 10), non si è solo messo a fianco degli ultimi ed emarginati, esposti al pericolo di “vivere a cielo aperto”, ma si è al tempo stesso avviato verso una speranza, ha interpretato la sua dimora in terra come tempo di migrazione - anche verso pascoli sconosciuti, nuovi. Più di quarant’anni fa, il teologo Jürgen Moltmann, dell’università di Tübingen, ha concepito su tale base la sua grandiosa opera “Teologia della speranza”.

Liberazione inattesa e inedita
I pastori non vengono “liberati” per una vita più comoda, accettata e benvista dalla buona società. È vero che ricevono l’annuncio di “una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di David un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno…”. Si è tentati di chiedersi: chissà quale grande gioia? Oppure anche: chissà quale segno particolare viene dato? L’apparizione dell’angelo non è un segno sufficiente? O non lo è una luce a mezzanotte? Angeli e luce sono la scena alla quale noi tributiamo grande attenzione. E invece no, il segno è preso dal piccolo mondo dei pastori e dei loro animali: “Troverete un bambino in fasce, posato in una mangiatoia” (vv. 10-12). Come se i pastori venissero distolti dalla visione natalizia con angeli e luce e rimessi di nuovo nella loro realtà, la quotidiana realtà di una mangiatoia. Il racconto prosegue: “Andarono e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia” (v. 16). Ai pastori non viene promessa una dimora stabile, con casa e stalle. Perché il Dio che nasce, non per nulla nasce tra i bestiame minuto. È un essere umano, e come tutti gli esseri umani anch’egli deve camminare attraverso la vita ignota, piena di sorprese, e dimorare all’aperto - in molti sensi del termine -, proprio come i pastori. Questi ultimi diventano in tale contesto un paradigma, un tipo esemplare che rivela la condizione umana. Per questo nessuno meglio di loro poteva annunziare quel che era accaduto a Betlemme. Prima gli angeli hanno portato loro l’annunzio, poi essi stessi sono diventati annunziatori, i primi “evangelisti”: “E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro” (v. 17).

Portatore di umanità
Solo dei pastori - essi stessi esclusi ed emarginati - potevano annunciare un Dio che nasce tra il bestiame minuto, un Dio che è egli stesso “emarginato” e che nessun tempio e nessuna religione possono contenere. Un Dio che nasce e cresce con noi, che è in cammino con noi e che ci precede, un Dio del pellegrinaggio, del viaggio attraverso la vita, di pastura in pastura , come le greggi. Se ci si chiede ogni tanto perché il Natale abbia quella emanazione tutta speciale, umana, calda, vicina ai nostri sentimenti, al quotidiano, la ragione la sia può forse trovare in quella scena umana che illustra la nostra situazione esistenziale di essere umani “in cammino”, e della nostra fede, esposta “a cielo aperto” (da “La Quotidiana”, 24.12.2010, trad. it. Maria Cristina Bartolomei)


http://www.voceevangelica.ch/focus/focus.cfm?id=16114

00:38 Scritto da: antiblasfemia in blog life | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: gesù, nascita, pastori | OKNOtizie |  Facebook

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